Dicembre 2009. Sto per partire per il mio primo viaggio in Giappone. L’emozione è fortissima. È un paese che mi ha sempre attratto, quasi chiamato: per la cultura, per il rispetto, per l’educazione, per le tradizioni e per quella capacità unica di tenere insieme passato e futuro. In fondo, era già iniziato tutto anni prima, quando lo avevo scelto come tema per il mio esame di terza media.
Parto con una missione precisa: portare l’Italia, il nostro territorio e i nostri ingredienti attraverso quello che conosco meglio, il panino. Ho due eventi in programma: uno da Eataly Tokyo, appena aperto, e uno in un ristorante giapponese che fa cucina italiana. Sono un viaggiatore, ma anche un ambasciatore.
Arrivo la sera tardi, ma il vero ingresso nel Giappone avviene all’alba. Alle quattro del mattino ho appuntamento con un cuoco di Tokyo conosciuto in Italia. Mi porta al mercato del pesce. Prima però ci fermiamo a mangiare sushi.
È un posto minuscolo, un unico bancone. Non si prenota, si fa la fila. Il locale apre alle cinque, ma alle quattro e mezza siamo già lì, in silenzio, ad aspettare. Qui non si sceglie: ci si affida. Ed è proprio in quell’atto di fiducia che faccio una delle esperienze più profonde della mia vita gastronomica. Ogni boccone è essenziale, diretto, senza sovrastrutture. La materia prima parla da sola.
Poi entriamo nel mercato. È un mondo vivo, pulsante. Il rapporto con il cibo qui è totale, quasi sacrale. Io sono sempre stato innamorato degli ingredienti, ma lì tutto si amplifica. Ogni gesto ha un senso, ogni prodotto è trattato con un rispetto assoluto. Riesco anche a intravedere, per un attimo, un’asta del tonno rosso. Non si potrebbe, ma basta quello sguardo per capire il livello. È un’esperienza che mi segna profondamente.
Nei giorni successivi scopro una cosa fondamentale: la cucina giapponese non è una, ma tante. È una costellazione di luoghi specializzati. Vai da una parte per il sushi, da un’altra per la tempura, altrove per gli yakitori, oppure per l’anguilla o per la cucina kaiseki. Ogni posto è una verticale, un approfondimento. La stagionalità non è una scelta: è una regola. Il menù cambia in base a ciò che esiste in quel preciso momento.
Vivo esperienze incredibili: gli yakitori alla brace, intensi e primordiali; un ristorante di anguilla laccata, ipnotico nei sapori; uno stellato Michelin consigliato da Massimiliano Alaimo, dove la precisione è invisibile ma assoluta. Ogni esperienza è completa, sensoriale, quasi educativa.
Poi arriva il momento di restituire tutto questo. Da Eataly Tokyo, in un quartiere residenziale elegante, costruisco il mio racconto. Uso ingredienti italiani, sia dal banco fresco che dalla dispensa, e riesco a lavorare come a Firenze. Anche il pane, fatto da loro, è all’altezza.
La serata diventa un percorso: cinque panini, cinque storie per raccontare l’Italia. Mentre parlo, mentre guardo le persone davanti a me, capisco una cosa importante. Forse sono più emozionato io di loro.
È lì che cambia qualcosa.
Capisco che attraverso una bottega, attraverso un panino, si può fare molto più di quello che pensavo. Si può raccontare una cultura, creare connessioni, costruire un’esperienza vera.
Tokyo, alla fine, non è stata solo una destinazione. È stata una soglia. Un luogo che ha ampliato il mio modo di vedere il cibo, portandolo a un livello più profondo.
Da quel momento, il panino non è più soltanto un prodotto.
È un racconto.
È una sintesi culturale.
È un’esperienza che, proprio come quel sushi all’alba, non si sceglie soltanto: si accoglie.






